Nessuno mai parla del potere della benedizione.
E' un termine che non entra nella nostra cultura di massa: un termine che ideicamente attribuiamo ad una particolare classe di persone, ossia i religiosi. In realtà la benedizione è uno strumento alla portata di tutti, che può essere cioè utile a chiunque decida di adoperarlo.

La benedizione ha una precisa valenza in questo senso, ed è in grado di offrire il maggior beneficio se viene utilizzata verso il male, inteso come ciò che procura dolore e sofferenza.
Gesù stesso parla del "fare del bene" verso chi vi "fa del male":
E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene,
che merito ne avrete?
Anche i peccatori fanno lo stesso.
[Lc. 6.33]
La parola tradotta con "merito" nelle versioni consuete, nell'originale greco è: "χάρις", che forse ha una migliore corrispondenza con la parola "grazia", intesa come stato di benessere interiore, equilibrio psicofisico e armonia. Gesù sta insomma dicendo che adoperarsi per il bene, in favore di coloro che ci procurano sofferenza, è un ottimo modo per accedere allo stato della "grazia". Si tratta in sostanza di un atteggiamento che porta beneficio in primo luogo a noi stessi, e che solo come conseguenza può avere effetti positivi anche sulla relazione con il nostro avversario del momento.
La benedizione è il modo più intimo, immediato ed efficace per mettere in pratica questo suggerimento: in sostanza, ogni volta che la sofferenza mi si presenta d'innanzi, io sono chiamato, innanzitutto a riconoscerla e sperimentarla, quindi a benedirla.
La benedizione assume la funzione di accettazione del nuovo stato emotivo - la sofferenza, appunto - come un altro aspetto della vita, che sono chiamato a sperimentare per accrescere il mio livello di consapevolezza. La persona che mi ha procurato la sofferenza è semplicemente l'interprete di una commedia terrena, che sacrifica la propria immagine di sè per consentirmi di portare a termine il mio cammino.
Come fare a benedire? Molto semplice, occorre concentrarsi sul dolore che si prova, e ripetere:
La benedizione assume la funzione di accettazione del nuovo stato emotivo - la sofferenza, appunto - come un altro aspetto della vita, che sono chiamato a sperimentare per accrescere il mio livello di consapevolezza. La persona che mi ha procurato la sofferenza è semplicemente l'interprete di una commedia terrena, che sacrifica la propria immagine di sè per consentirmi di portare a termine il mio cammino.
Come fare a benedire? Molto semplice, occorre concentrarsi sul dolore che si prova, e ripetere:
Signore, benedici il dolore che sto provando.
Signore, benedici le mie ferite.
Signore, benedici chi mi ha procurato il male.
Se l'intento è autentico, il sollievo è immediato.
La benedizione, come il perdono, è un processo interamente ed esclusivamente interiore: non è richiesta alcuna azione nei confronti di chi ha procurato il male. Non occorre scusarsi: non serve parlare. Le scuse verranno eventualmente dopo, da sole, quando le ferite non bruceranno più e sarà stata ristabilita la pace interiore.